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La valorizzazione dei fanghi prodotti dal processo di depurazione

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E’ ormai assodato che i fanghi prodotti nel processo di depurazione delle acque reflue raccolgono la maggioranza di prodotti chimici, agenti biologici e farmaci a cui siamo esposti e che usiamo e che poi sono convogliati nei sistemi fognari.

La depurazione, con processi biologici e chimici, separa o metabolizza gli inquinanti e li concentra nei fanghi. Questo perché un impianto di depurazione funzionante ed efficiente restituisce all’ambiente acqua depurata e concentra gli inquinanti nei fanghi, che quindi devono essere efficacemente e responsabilmente trattati.

Studi recenti del Politecnico di Milano - ripresi da Arera (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente) - hanno analizzato lo stato di fatto e le tendenze dello smaltimento dei fanghi. La sempre maggiore e approfondita conoscenza del contenuto di inquinanti, farmaci, microplastiche e agenti biologici resistenti ai trattamenti tradizionali inducono i gestori a estrema prudenza nelle operazione di smaltimento di questi fanghi, individuando la produzione di energia come soluzione migliore e predominante per il futuro.

Per il 2020, infatti, Irsa Cnr prevede questa destinazione per il 100% dei fanghi prodotti in Olanda e per oltre l’80% di quelli di Austria e Belgio.

Il ritorno in ambiente - ad esempio l’utilizzo in agricoltura - è imprudente, dal momento che gli inquinanti devono essere distrutti e rimossi dai cicli biologici, con adeguati investimenti tecnologici e con la massima sicurezza per ambiente e salute.

Né sembra percorribile per lungo tempo la strada del conferimento in discarica di questi fanghi. Si tratta, infatti, di una soluzione certamente poco sostenibile dal punto di vista ambientale ed economico, oltre che senza prospettive, dal momento che non è lontano il giorno in cui questo conferimento non sarà più possibile.

Del resto, uno dei principi cardine della Direttiva rifiuti (WFD 2008/98/CE) è la minimizzazione degli impatti dei rifiuti su ambiente e salute, prediligendone il recupero, che nel caso dei fanghi da depurazione è energetico.

Dunque, la soluzione anche al problema Pfas nei fanghi da depurazione rimane il recupero energetico, ovviamente con le massime garanzie di controllo ambientale sui sistemi adottati e utilizzati.

Deve anche essere considerato che, rispetto alle emissioni di fanghi da depurazione civile, valgono i principi adottati a livello internazionale che consentono una valutazione oggettiva dei carichi inquinanti, e che si basano sugli inventari delle emissioni, una pratica che può portare a notevoli scoperte. Secondo uno studio di Arpa Lombardia, infatti, il contributo di diossine dovuto alla combustione domestica di legno e delle pizzerie dotate di forno a legna supera quello causato dall’incenerimento di rifiuti urbani e rifiuti pericolosi.

Sempre per restare in quel territorio, Inemar (l’inventario delle emissioni in aria della Regione Lombardia) spiega che “Il fattore di emissione rappresenta l'emissione riferita all'unità di attività della sorgente, espressa ad esempio come quantità di inquinante emesso per unità di prodotto processato, o come quantità di inquinante emesso per unità di combustibile consumato. La scelta dei fattori di emissione costituisce un aspetto particolarmente critico e presenta non pochi problemi di affidabilità. I fattori di emissione devono essere scelti in base alle caratteristiche dell'impianto, ricavando i dati dalla letteratura tecnico - scientifica del settore, e adattando i dati bibliografici alla particolare situazione applicativa”.

Quindi, la valutazione della bontà, pericolosità o vantaggio ambientale di una scelta deve essere fatta esclusivamente sulla base di dati oggettivi.

Una volta ottenuta l’autorizzazione dalla Regione, per produrre energia Veritas potrà quindi utilizzare solo Css, oppure integrare con fanghi da depurazione e biomassa legnosa vergine, fino ad arrivare alla capacità termica autorizzata.

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